21/03/2010

Il sognatore

 

Ormai sono vecchio, decrepito, e a ben vedere è un pregio non da poco. Mi ascoltano dando per scontato una qualche forma di rincoglionimento, assodata o palese, e a me va bene. Benissimo.

Perché qualunque cosa esca dalla mia bocca non viene presa sul serio, ma sopportata. Semmai arricchita da un sorriso di cortesia, di quelli che si riservano per indulgenza pur se l’attenzione è altrove, colma dell’immediato. Qui e ora.

Eppure avrei tutta una vita da raccontare, avventure che i miei nipoti neppure immaginano.

 

Intanto l’adozione, e a quei tempi era mica così burocratica: passato da una mano all’altra, senza intermediari, come un pezzo di legno. Mi era andata anche bene, trovando un brav’uomo, un vedovo cui stava a cuore il mio essere e la mia istruzione. Si era svenato, per procurarmi i libri e un abito decente; io traccheggiavo, parlavo con un’amica immaginaria, litigavo coi grilli, sognavo un mondo diverso.

Lui accettava tutto con un sorriso, e più ne sentivo l’amore più scappavo. Perché chi non è avvezzo ai sentimenti non li riconosce o ne ha paura, cerca di annullarli con persone false.

 

Sono stato burattino e carne per i pesci, sopravissuto e cane da guardia, stolto e asino e fuoco da arrosto. Ho vissuto sulla mia pelle una rinascita che ancora oggi non saprei spiegare, da bolo digestivo a figlio, da essere inanimato ad anima.

 

E ora che i miei giorni stanno per scadere, ora che finalmente il mio corpo avrà un riposo, non posso che rivolgere un pensiero a Romeo, il sognatore, quello che idealizzava un mondo nuovo. Pensò che tutto potesse – dovesse – essere cambiato, ci coinvolse in un progetto apparentemente rivoluzionario. Una sorta di tumulto sindacale – per dirla con parole odierne – piena di opportunità.

Romeo era sensibile e lo ignorava, era bello senza saperlo, era intelligente e lo relegarono – per invidia – a un ruolo meschino. Soprattutto, era solo. Più di me, adottato ma pur sempre ricco di un padre, un grillo, e un’immagine di donna da invocare.

Romeo possedeva solo un’idea, cui avrebbe sacrificato tutto, e ci convinse e ci portò con sé, verso quel posto immaginifico. Fossimo nati in Inghilterra saremmo riusciti a volare, e passati alla storia per un’Isola Che Non C’E’, e il tempo scandito dall’orologio nello stomaco di un coccodrillo.

 

No, noi cresciuti sulla terra di Dante avevamo poche scelte, e troppi adulti intorno. Chi mirava alla giacchetta, chi agli zecchini, per non parlare di quell’essere viscido (detto “Omino di burro”) che portava via quelli come noi, un po’ svagati e molto ingenui, a carrettate.

 

Sì, io sono stato fortunato. Ho avuto un’altra occasione, e un’altra, e un’altra ancora. Romeo no. Vittima del suo sogno e di chi ne ha approfittato, ha disceso tutti i gradini della rovina fino a concludere i propri giorni come un ciuco. Io lo so, mi è morto fra le braccia.

 

E dal mio corpo, che sembrava di legno, all’improvviso è sgorgata una lacrima. La mia vita è cambiata di colpo, pensando a lui, ai suoi sogni, alle sue illusioni, la sua bellezza.

E al soprannome che si era dato: Lucignolo.

 

I commenti sono chiusi